riflessi(oni) · Silicon City

day 1 – ultimi 21 giorni in Silicon Valley

Insomma: il 28 Dicembre torneremo in Italia, a Milano, nella città dove sono nata e cresciuta e, anche se non mancano proprio 21 giorni al mio rientro, userò il mio numero preferito per provare a improvvisare un addio ai monti, o meglio, alla valley.

Dopo undici mesi in cui praticamente non ha MAI piovuto, ecco che in Silicon Valley ha iniziato a diluviare. Forse lo fa per riabituare la mia pelle all’umidità della pianura padana, forse lo fa perché la terra chiede acqua. Ma questa condizione atmosferica mi permette di constatare che: sì, il clima della California mi mancherà.

Il modo in cui anche il mio corpo si è abituato a questi sbalzi climatici nell’arco della giornata è davvero sorprendente.

Se guardo alle mie foto di tre anni fa vedo che di questi tempi avevo il piumino imbottito (quello arancione). Ora anche Salvatore esce con jeans e infradito, in vero stile californiano.

Non credo che gireremo per le vie di Milano in infradito a Dicembre… invece qui… è possibile.

Il ritorno a casa è sempre una bella incognita. Non amo i ritorni. Mi mettono sempre un po’ di ansia. Nonostante cominciare qualcosa di nuovo sia per me sempre fonte inesauribile di ispirazione (lo è per tutti, no? No. Ho scoperto che la risposta è no), ri- cominciare mi da sempre una leggera sensazione di spossatezza.

Ho vissuto anche dei ritorni belli e pieni di speranza. Sopratutto i ritorni dal mare, con tutta la salsedine tra i capelli e la voglia di di raggiungere nuovi obiettivi; i ritorni dalle vacanze con le amiche, con la voglia di docce e di ordine e di quiete che solo la propria casa sa trasmettere. Ma si trattava di ritorni dopo periodi di pausa dalla vita normale.

Quando a diciassette anni sono tornata a in Italia dopo un anno di studio e vita in Texas l’esperienza del ritorno ha dato nuovi significati a questa parola. Ho provato nuove emozioni al mio ritorno, ho vissuto nuove situazioni in cui il mio corpo spesso si sentiva ‘scomodo’, non allineato, ritornato ma non del tutto.

Tornare significa ricostruire ancora delle routine, mette alla prova la nostra forza e voglia di intessere relazioni, costruire equilibri, imparare, ancora, ad accettare gli altri e … cercare, ancora, di farsi capire. Farsi capire anche da chi parla la tua lingua e da chi ti conosce da una vita e che conosci da una vita.

Abituarsi non è così semplice. Cioè, ci si abitua, ovvio che ci si abitua. Ho letto che bastano 21 giorni per ‘abituarsi’ a nuovi stili di vita, e un po’ è vero, riesci a ingannare il cervello, ma per il corpo ci vuole un po’ di più.

Scrivevo un anno fa:

Ora giro per le strade della mia nuova ‘casa’ e stranamente mi sento tranquilla.

Non sento quello scollamento della prima volta che siamo arrivati, due anni fa, quando mi sembrava che tra il mio corpo e questo nuovo ambiente si stagliassero appuntite distanze che mi facevano sentire totalmente fuori luogo. Non sento quella distanza estetica tra me e le casette prefabbricate tutte simili, i giardini rigogliosi pieni di fiori con colorazioni sature e profumi esagerati. In qualche modo strano questo posto si è messo in sintonia con la mia pelle.

In effetti avevo finalmente capito come e quando fare la spesa senza girare cinque o sei supermercati ogni volta, mi ero abituata a prendere i mezzi, a capire come vestirmi senza morire di freddo (fino alle 10) o di caldo (tra le 11 e le 15), ero finalmente diventata amica delle indiane, avevo imparato a mordermi la lingua quando al supermercato mi chiedevano ‘How do you do?’, avevo finalmente trovato il tempo per dedicarmi a costruire una mia attività (più o meno). Finalmente avevo capito quali persone erano disposte a costruire un’amicizia, quali scuole potevano andare bene per il miei bambini, come barcamenarmi tra le indifferenze e gli individualismi della vita in Silicon valley. Insomma… avevo appena iniziato a metter qualche radice, ad orientarmi seriamente… e a germogliare un pochino.

Ma va bene, il dado è tratto, le jeux son fait etc.

Tra l’altro c’è una cosa che questa volta mi mette un po’ di allegria o che comunque da spazio a nuovi pensieri.

Sono cresciuta pensando alla vita come ad un sentiero, un cammino, una strada che porta sempre verso l’alto verso il sole, verso il meglio. In parte è una conseguenza del positivismo, in parte delle retoriche del boom economico, dall’indottrinamento degli anni ’80 e penso che anche i Puffi la loro colpa ce l’abbiano. Noi nati negli anni ’80 immaginavamo questo percorso come una linea retta in continua crescita.

Poi ad un certo punto questo cammino verso la luce non era più così scontato e sicuro. Sarà stato dopo l’attentato alle torri gemelle che quella linea ha iniziato a spezzarsi? Non ricordo bene cosa sia successo, ci sono tanti libri che provano a dare qualche punto di riferimento, a costruire teorie (come Teoria della classe disagiata). Non ricordo le premesse, ma mi ricordo bene che il dubbio diventò certezza durante una lezione di sociologia in cui parlammo del circolo vizioso della povertà. In effetti la vita non è un continuo crescendo: si può anche cadere, precipitare, non è detto che domani sarà sempre meglio. A volte basta un piccolo disguido e ci si può perdere e non è così scontato che alla fine andrà tutto bene.

Ma allora che si fa? La risposta più verosimile l’ho trovata nell’immagine della spirale, o meglio: nell’immagine tridimensionale della spirale. Che poi a pensarci bene forse si tratta di un’orbita (scusate: sono pensieri in evoluzione).

Camminiamo lungo la nostra strada spesso ci capita di ripassare da luoghi conosciuti, faremo esperienze simili, ma mai uguali. Così vivremo ancora momenti felici, inizi scintillanti e nuove avventure; e ancora dovremo affrontare lutti, saremo tentati dai soliti nostri vizi e assaliti ancora da certe note paure. Eppure ogni volta, che sembra uguale alla precedente, saremo diversi, avremo la possibilità di reagire diversamente e acquisire nuove consapevolezze.

Come reagirà il mio corpo al ritorno a Milano? E la mia mente?

Lo scopriremo.

Grace Cathedral in San Francisco. ph. http://www.californiathroughmylenses.com
Il labirinto / spirale per meditare. ph. http://www.californiathroughmylenses.com

La riconoscete la prima foto? Sembra Notre Dame ma si tratta della sua Chiesa gemella in San Francisco: Grace Cathedral a Nob Hill. Gemella ma fatta di tutt’altra stoffa. Anzi, per la precisione realizzata in cemento armato!

Al suo interno si trova un labirinto meditativo. Quest’estate sono stata a San Francisco con mia mamma e ho avuto modo di percorrerlo e pensare all’immagine della spirale.

Purtroppo non avevo il mio cellulare (perso nelle acque di Yosemite…) e non ho potuto fare foto. Ho trovato queste nel bellissimo e utilissimo sito di Josh di https://californiathroughmylens.com che consiglio vivamente di consultare per un viaggio in California.

2 pensieri riguardo “day 1 – ultimi 21 giorni in Silicon Valley

  1. A Milano troverai abbracci, non sottovalutarlo questo aspetto perché proprio nella spirale arriva il momento in cui ci si perde e questi sono indispensabili, ne so qualcosa nella mia tribolata vita.
    Guarda Sara e vedi come si può cadere ma ci si può anche rialzare, guarda te stessa che hai il tuo passato non sempre facile e con scelte importanti. La vita è una spirale, il DNA è una spirale, forse è una premonizione, un segno che tutto ci gira intorno.
    Sei al centro della pista e stai ballando, provi nuovi passi, inciampi, poi riprendi. Vaghi per questa enorme sala che è il mondo vedendo angoli diversi e incontrando altri inconsapevoli ballerini che puoi ignorare o con loro intrecciare invisibili fili. Questi fili costituiranno la trama della tua vita, qualcuno si spezzerà ma ci saranno gli altri a sostenere il resto.
    Ti aspetto con le mie braccia aperte, il nostro filo è di lunga data.

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