riflessi(oni) · Silicon City

day 3 – 21 giorni in SV

E, insomma, questo bar in centro a Sunnyvale è diventato parte dei ‘miei luoghi’: quei luoghi che danno conforto, che ti fanno sentire al posto giusto; quei luoghi che ti danno la sensazione che hai quasi tutto sotto controllo. Sarà perché il cappuccino il proprietario me lo fa bene, sarà perché ci sono mensilmente quadri di aspiranti artisti appesi alle pareti. Non so, ma mi piace.

Ci mangio anche cose improbabili, come cappuccino con bagel al salmone e cream cheese. Un’americanata? Disturbi alimentari? Non so, ma mi ricorda molto le mie colazioni in albergo da bambina, quando mi mangiavo: cappuccio, brioche, formaggino e Crodino.

cappuccino con bagel al salmone 😀

C’è un altro motivo per cui mi piace questo posto ed è perché qui ho conosciuto il signor Domenico.

Il signor Domenico avrà una settantina di anni e abita qui dagli anni ’70. Viene dall’Abruzzo e appena ha sentito che parlavo italiano con i miei bambini ecco che ha attaccato bottone. 

Gli piace molto parlare e parla di tutto: di come è cambiata Sunnyvale negli ultimi cinquant’anni, di come la crisi dei Subprime abbia fatto fermare tutta la Silicon Valley e di come il centro di Sunnyvale che doveva essere interamente ricostruito in quegli anni, sia stato travolto da una serie di scandali che ne hanno compromesso lo sviluppo edilizio.

Poi, una mattina in cui ero sola e non dovevo correre dietro ai bambini, mi ha fatto fare un viaggio nella sua vita.

Nel dopoguerra si trasferisce a Roma in cerca di fortuna e lavora saltuariamente di qua e di là, sognando di fare fortuna nel cinema. Fa la comparsa in qualche film, conosce Sergio Leone, finisce per lavorare per lui… come autista. 

‘Lo portavo in giro, a lui e alla sua famiglia. facevo qualche soldo, poi ogni tanto andavo a fare qualche particina. Mi aveva anche trovato un lavoro a Madrid, per fare la comparsa.’ 

Ma in quello stesso periodo gli si presenta la possibilità di fare un giro nelle Americhe. E arriva a Boston. 

Dai Franky, andiamo dal Signor Domenico a tagliarci i capelli!’ ‘No, Mom, it takes too long!’

Mentre mi racconta la sua storia un po’ si ingarbuglia, non mi è chiaro esattamente tutta la strada che ha fatto prima di mettere radici qui nella Valley. Se non ho capito male, già suoi genitori erano migrati in east cost, poi erano tornati al paese, poi erano ripartiti.

A sentire il suo racconto mi vengono in mente tutte le generazioni di italiani che son venuti qui in America con i loro dialetti, le loro tradizioni, le loro valigie di cartone e i loro zaini ,e hanno ricominciato la loro vita sempre con questa nostalgia canaglia della terra italiana. E mi immagino tutte queste famiglie che andavano, venivano, tornavano, facendo giri che forse non ci immaginiamo si potessero fare… e invece.

Arrivato qui si è trovato bene, gli sono piaciuti i modi ordinati di comportarsi degli americani, la tranquillità, il non dover per forza essere più furbo degli altri per vivere una vita dignitosa.

Ha lavorato come parrucchiere, mestiere appreso a Roma, immagino sempre in quegli anni che faceva pure l’autista, e si è guadagnato da vivere, ha iniziato a costruirsi, qui, il suo futuro.

Ogni tanto porto i bambini a tagliare i capelli. Purtroppo Francesco non è entusiasta della cosa perché il signor Domenico ci mette una vita ad accorciargli la frangetta. Preso a parlare, raccontare e cercare di trasmettere agli altri il suo entusiasmo per le storie di cui è stato testimone, si ferma, riprende e le ore passano! A me però piace ascoltarlo.

Avevo tanti clienti, anche italiani, quelli della Olivetti venivano da me, avevano l’ufficio a Cupertino, lì dove ora c’è la Apple’.

Ah, vero… anche la Olivetti è stata qui, prima che lasciasse il posto agli americani nella conquista del Personal Computer.

‘Poi però ho dovuto lasciare il negozio e affittare una postazione in questo centro, dove vengono i miei clienti storici’

Mi parla, del telegiornale che ha visto, di quello che succede a Roma, a Milano. Poi si ferma e se gli chiedo perchè non torna i dice che vorrebbe tornare a ‘casa’, ma la moglie vuol rimanere: ‘E che ci facciamo in Italia?’– gli dice. Qui hanno un lavoro e una casa e, anche se i prezzi della vita continuano ad aumentare, per ora resistono.

L’Italia, in effetti è un posto strano, non va avanti, non va indietro, si accontenta, si piange addosso.

Eppure ha qualcosa di vero questa frase che ho letto nella biografia della Ginzburg e che mi fa pensare.

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