Silicon City · viaggio

day 5- Chi ha inventato i culurgionis?

Una delle prime persone che ho conosciuto qui in Silicon valley è Dorris, la mia amica cinese.

Con lei c’è stata subito intesa: dove abiti? Cosa fai domani? Vengo a pranzo da te, ok. Purtroppo dopo un anno si è spostata un po’ più lontana da Sunnyvale e quindi non siamo riuscite a vederci con la costanza con cui avremmo voluto.

C’est la vie, come dicono i francesi. Però il legame è rimasto e cerchiamo spesso di organizzare qualcosa insieme. Quando è da noi preparo, ovviamente, le lasagne o gli gnocchi, quando siamo da loro ci preparano i ravioli cinesi, che noi adoriamo.

Ci è capitato spesso di mangiare anche con i genitori di Dorris. Infatti in questi due anni sono venuti ben due volte per circa tre mesi. Ricordo benissimo una delle prime volte che li ho conosciuti; contenti e felici si son messi a cucinare come dei forsennati e a portare in tavola piatti uno dopo l’altro: costine di maiale, ravioli, agnello, riso cantonese e altre mille leccornie.

Non so se sono loro un’eccezione o se rappresentano la regola, ma la cosa bella è che cucinano insieme, affiatati, con passione. Si scambiano pareri e poi, contenti, portano i piatti in tavola pregandoci di iniziare a mangiare e ci guardano con quella faccia di chi spera che mangeremo tutto e prenderemo anche il bis. Sembrano un po’ le mamme del sud che ti fanno sedere e iniziano a farti mangiare fino a quando non sono sicure che tu possa superare indenne il prossimo inverno.

L’unica differenza, ma non so se sia qualcosa legato alla loro tradizione o un caso, è che la loro tavola è essenzialmente spoglia. Anche io, che come si sa non sono una grande donna di casa, una tovaglia quando ho ospiti la metto e apparecchio cercando di mettere quello di cui c’è bisogno. Invece da loro c’è sempre un po’ di casino. Ma vi assicuro che mangiamo lo stesso!

I genitori di Dorris ad una cena italiana nel 2017. Vedete: io la tovaglia l’ho messa!

Poi, la cosa più bella, è il brindisi che fa il nonno in cinese e che Dorris deve puntualmente tradurre. Da vero pater familias ,durante il pranzo trova due o tre momenti in cui alza il calice e ringrazia per la nostra presenza. Ringrazia per la fortuna di essere insieme ancora una volta. Mi spiace così tanto non capire il cinese, perché sono convinta che il brindisi sia in rima e secondo me fa anche qualche battuta.

Ma torniamo ai ravioli!

La prima volta che sono andata da Dorris mi aveva detto che mi avrebbe fatto vedere la chiusura che fanno nel suo paese, ai confini con la Mongolia. Già mi aveva spiegato che ‘loro’ sono un po’ diversi, hanno tradizioni diverse: non usano la salsa di soia ma l’aceto (?), preferiscono usare la farina di grano alla farina di riso e altre piccole differenze che mi affascinano e confermano che ovviamente la Cina non è tutta uguale.

Io ero molto curiosa di sapere cosa mi serbasse il futuro perché della Cina non so niente e tantomeno della Mongolia.

Così, quando mi fa vedere come richiude la pasta realizzando delle pieghe a spiga mi commuovo perché riconosco che quella è la stessa chiusura dei culurgionis.

ravioli cinesi o sardi?
Questi sono ravioli cinesi di carne

Allora inizio a chiedermi come mai siano uguali ai culurgionis e mi do qualche risposta di buon senso: beh non è che ci siano mille modi per chiudere i ravioli!

E invece mi sbaglio. E la risposta l’ho trovata grazie ad un altro bell’incontro, seppur virtuale, che ho fatto in questi tre anni.

Faccio parte di un gruppo facebook che si chiama Le Ambasciatrici del Buon Gusto. Molte delle donne che ne fanno parte sono italiane emigrate all’estero da anni con la passione per la cucina. Passione che tante hanno fatto diventare professione diventando personal chef o insegnando a piccoli gruppi di appassionati come si faccia una ‘vera’ lasagna, un buon ragù etc.

Tra queste donne c’è Claudia Casu, sarda trapiantata in Giappone, che qualche anno fa (mi sembra sette) ha aperto un’attività che si chiama Sardegna Cooking Studio. Lei è molto brava e si è inventata la professione di pasta designer. Riproduce formati di pasta tipica sarda e ne ha anche inventati alcuni. In particolare nell’ultimo anno si è immersa nello studio e nella creazione del filindeu.

Anche lei è rimasta folgorata dalla similitudine di alcuni formati di pasta presenti nella tradizione sarda e in cinese, ed è così che ha fatto diverse ricerche che l’hanno portata ad argomentare la tesi che, sì, la pasta ripiena in Sardegna è nata dall’incontro con l’Oriente. A partire dal XIV secolo, infatti, i padri gesuiti insediandosi in Sardegna promossero tutta una serie di viaggi verso le indie e l’Oriente che, oltre a portare a Orgosolo l’arte e la tecnica della bachicoltura, indussero una contaminazione anche nelle tradizioni culinarie dell’isola.

Il filindeu, in particolare, ricorda in modo ‘imbarazzante’ la lavorazione della pasta lamian e direi che insieme ai ravioli con la tipica chiusura a spighetta sono da considerarsi figli (legittimi o illegittimi non ci importa) dell’incontro con la Cina.

Poi il tempo ha fatto il suo corso e ha fatto diventare i culurgionis sardi altra cosa rispetto ai ravioli cinesi: si usa la semola di grano duro, non si usa la carne, i fili del filindeu vengono sovrapposti a strati, essiccati e poi mangiati con il brodo di pecora …

Insomma, una bella testimonianza di come, in fondo, l’incontro tra culture permette alla vita di evolversi, generare novità, da la possibilità a piccoli semi sparsi qua e là di mettere radici e anche molti, molti frutti.

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